21 maggio 2008

multicultura a teatro




Multicultura e scuola: una sfida aperta come una scena

La diversità lo sappiamo è una risorsa, è una problematicità che aggiunge che fa anche un po’ disperdere è vero diciamolo pure… ma nel movimento che innesca lancia degli stimoli e la nuova entusiasmante possibilità di ricogliere il tratto essenziale che diventerà preminente di un contesto socio culturale, storico antropologico che dir si voglia, che ci mette in moto in prima persona e ci fa sentire parte integrante di qualcosa di condiviso o condivisibile.
Qualcosa che sappia di impresa comune da impastare, perché, si sa, se c’è diversità ci si deve creativamente “mettere in mezzo”, riconoscersi e definirsi per trovare approdi comuni.
Lo so, è una premessa vaga, generica, sicuramente perlopiù condivisa, ma non per questo meno estranea alle nostre pratiche quotidiane, e alla concretezza delle nostre scelte: schieramenti opposti, paure, esclusioni, definizioni perentorie, che vanno sempre bene anche se poco attinenti al reale, purchè appaiano salde. Lo si fa sempre, dal piccolo al grande, dalla destra alla sinistra, anche se ormai solo centro e allora… ancor di più!
La diversità che sfida! Che fatica! Che paura anche!
E che palle, diciamolo pure, che palle!
Doppio sbattimento, discussioni aperte, rispetto dell’altro, messa in discussione dei miei cardini esistenziali.
È molta fatica con cui misurarsi, sì però è il nostro tempo quello del “ma anche”, dell’inclusione, della flessibilità non dogmatica. Zygmunt Baumann sociologo molto di moda, parla di liquidità di spostamento del baricentro in una zona melmosa, dispersa, decentrata, e non la decanta tanto questa categoria liquida che ci avrebbe intriso tutti, ma almeno un pregio questa dilatazione, questa fluida mutazione sembra averla in questo suo essere in conformazione plastica, creativa ed includente, a volte può apparire anche troppo caotica, ma è solo l’incertezza che la costituisce.
L’incertezza, si perché non si tratta di paura vera e propria, è un’ansia sottile, subdola e penetrante quella che per esempio fa sì che in una scuola di Milano, in via Paravia, i bambini italiani non ci siano più, siano tolti da madri preoccupate ed inseriti in altri contesti più sicuri e meno “problematici” per l’appunto, quindi a rigor di logica anche meno stimolanti.
Ma qui di logico c’è poco, e il rigore è proprio quello che la preoccupazione vede venir meno, sì perché l’integrazione è ancora una battaglia aperta, questo incontro con la diversità è propriamente la sfida del nostro tempo; la multiculturalità apporterebbe infatti quella diversità di veduta che tanto ci necessita e permetterebbe di tracciare forse un nuovo racconto globale, come nuova espansa interpretazione del reale.
Importante è non fare allora un gran risotto, ma saper rispettare (eccola qua la categoria morale del rispetto) le diversità senza tradirle, senza perdere la precisione delle provenienze, dei luoghi.
Ma al contempo si necessita di un incontro contingente, qui ora, che ci faccia partecipi e ci immerga nello sconosciuto mare di un pluriforme che avanza e che volente nolente è il nostro tempo.
Che fare?
Esiste da anni nella scuola la coscienza della “stimolante problematicità” e spesso sono attivati laboratori pomeridiani di “Educazione all’intercultura” che mirano a creare la dinamica di questo incontro che spesso poi nei ragazzi è più semplice ed esiste già; comunque questi adulti studiano di mettono in crisi, e cercano; nel mio piccolo anch’io cerco in questa direzione e con l’ONG milanese Fratelli dell’Uomo ho avuto esperienza come formatrice in un laboratorio di intercultura, in questo laboratorio si cercava la conoscenza diretta ed essenziale dell’altro tramite un canale privilegiato: il teatro.
Canale privilegiato perché il teatro è essenzialmente diretto e presente nel luogo di una relazione io tu senza la quale non potrebbe sussistere. E soprattutto poiché pone l’accento sulla presenza corporea, la vicinanza e la rilevanza di un luogo comune e condiviso.
Lo scopo era formare il gruppo, secondariamente il gruppo avrebbe proposto uno spettacolo come compimento di un percorso. Lo spettacolo è il pretesto, molto importante, di un lavoro comunitario e molto concreto che si raggiunge con l’unione delle differenze apportate dai singoli.
Questo credo sia molto importante ed è la vera ricchezza del metodo pedagogico che utilizza la teatralità: il fatto di non disperdere il singolo nel comune, meglio conosciuto come “globale”, movimento incessante, ma il fare realmente i conti con l’esserci, qui adesso materialmente, con l’ essere vicini: una condizione spaziale, oggettiva, molto rilevante.
È questa diversità storica data dalla possibilità di essere vicini che ci genera quella insicurezza strisciante.
Il teatro risolve questo stato ansiogeno in modo molto pragmatico e concreto, mettendo in moto ciò che c’è, senza ulteriori costruzioni, anzi quelle saranno aggiunte cammin facendo da una reale necessità.
Il realismo e la tangibilità del corpo, di uno spazio e del movimento che lo abita fanno della scena vuota, sfida della possibilità di incontrarsi, una piazza dinamica e democratica dove ci si definisce in relazione-contrapposizione all’altro davanti a noi.
Questa è la scena vuota: un’incognita, la possibilità di un incontro, ma anche di un rifiuto, il mettersi in mezzo creativamente, totalmente e affettivamente per far parte di una comunità che si ridefinisce, si rinsalda, o addirittura si crea.
L’educazione all’apertura, passa quindi da una limitatezza corporea, da una definizione precisa di spazi e di tempi, di ruoli e di apporti, ma passa primariamente da una curiosità affettiva, “umana”
nella sua radice di partecipazione, di compassione mettendo in moto processi culturali profondi, poiché partono da una radice affettiva, sentita, di un qualcosa di non astratto ma che riguarda da vicino.
La paura, l’insicurezza potrebbero essere vinte soltanto da un abbraccio assembleare, di cittadini raccolti attorno ad una nuova piazza per vocazione teatrale, al tempo stesso globale e locale, una sfida che primariamente la scuola (insieme alla famiglia) deve sforzarsi di rendere possibile.


Per approfondimenti:
Leggi l’articolo “Via Paravia, a scuola 9 stranieri su 10. I nostri figli non s’incontrano più”, Corriere della sera Lombardia martedì 13 maggio 2008

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