14 gennaio 2009

as_solo per IDIOTI

La benedetta follia. Un antidoto dostoevskijano all'abbaglio dell'individuo e della società perfetti.
di Guglielmo Aprile

La prima parte delle Memorie del sottosuolo (1864) è il lungo monologo di un soggetto disadattato, un reietto chiuso in rancoroso isolamento dal resto della società. Attraverso la sua confessione, torrenziale e farneticante come nello stile di tanti alienati dostoevskijani, il protagonista, forse per ammantare di legittimità filosofica la propria indiscriminata acredine umorale, smaschera le utopie progressiste in voga al suo tempo, scorgendo, con lucida preveggenza rispetto alle aberrazioni ideologiche novecentesche, il pericolo di azzeramento spirituale dell'individuo e di deriva totalitaria insito in ogni tentativo di programmazione scientifica della società.

Il travolgente progresso dell'industria da un lato, dall'altro le sedicenti velleità delle ideologie, persuadevano l'epoca dell'autore che l'ora di una palingenesi dei rapporti tra le classi e dello stesso modo di vivere fosse imminente; la sempre più larga diffusione del benessere, effetto della compiuta affermazione della borghesia in campo economico, sembrava preludere a un cambiamento epocale, percepito dalle masse in un clima di fiduciosa attesa del futuro.

Il bersaglio polemico del personaggio di Dostoevskij è l'ottimismo dominante, la troppo facile corrispondenza che esso stipula tra avanzamento materiale e sopraggiunta insussistenza di quel bisogno metafisico che da millenni tormenta l'umanità a confronto con i dilemmi fondamentali. Filtrato dal punto di vista paradossale dell'autore, il ‘Palazzo di Cristallo', come ironicamente lo stesso battezza il miraggio di un mondo ridisegnato secondo l'esclusivo primato della ragione, si rovescia in incubo: profezia storicamente confermata, a meno di un secolo di distanza dal romanzo, tanto dal collettivismo socialista quanto dall'individualismo capitalista, e ripresa da altri due capolavori della narrativa visionaria quali 1984 di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley, che pure evidenzieranno, con le loro contro-utopie fantastiche, o utopie capovolte, un'anticamera dello Stato-Moloch, identificabile con i regimi tecnocratici, plutocratici o militari, dietro il mito della società perfetta e della sua apparente più ampia libertà.

Lo sfogo del protagonista delle Memorie ha l'andamento di una rapsodia filosofica, dal tono informale, anche se inasprito da spigolose invettive sarcastiche contro il senso comune, i suoi assiomi e i suoi presunti vantaggi.

I contemporanei di Dostoevskij investono la ragione del ruolo di guida verso il miglioramento dell'individuo e della società, e fanno derivare la felicità privata e pubblica dal conformarsi alle direttive imposte dalla ragione. La ragione indica all'uomo quali cose gli procurino un guadagno; dovesse obbedire alla sola ragione, l'uomo farebbe solo ciò che è per lui conveniente. Ma nella natura umana entrano in gioco anche componenti diverse dalla ragione, e spesso in opposizione a suoi dettami; diviso tra una pluralità discorde di voci, l'uomo soffre il conflitto tra istanze impossibili a coniugare in armonico equilibrio. L'autore, invece, non ammette che una vita e una società regolate dalla ragione consentano un effettivo guadagno di significato alla condizione umana: egli rinnega quei valori (il denaro, gli agi, il successo, lo star bene con se stessi...) che sono il requisito di una vita appagante e di una personalità realizzata secondo il metro di giudizio borghese. Per la mentalità dominante a dare senso alla vita è il perseguimento di quei valori; per il nevrotico e solitario uomo in rivolta dostoevskijano gli scopi che noi ci diamo servono solo a coprirci gli occhi di fronte all'assurdità di fondo, non sono che un corteo di cartapesta di distrazioni e futilità che ci riparano dalla vista dell'essenza tragica che siamo troppo vili per tollerare. Per Dostoevskij il teorema socratico che deduce il bene dalla conoscenza del vero è infondato; volesse davvero operare in modo consequenziale alla ragione, all'uomo non resterebbe alternativa al suicidio. E in cambio di cosa egli dice no a quello che nel giudizio comune è conveniente? Della stessa libertà di farlo, negata da un comandamento etico che pretende di elargire la ricetta della felicità universale e di forgiare su essa un'umanità di manichini soddisfatti e tutti uguali.

Tutto il romanzo si sviluppa sull'asse di questa antitesi serrata, che dà allo sfogo una certa vena di teatralità: un uomo solo contrapposto a una turba di mediocri, bendati e in catene dalle loro false sicurezze: una platea di detrattori che, forse perché lo teme, si difende dal suo radicalismo con lo scherno e con il biasimo per la sua fine miserrima. Dostoevskij non scade mai nella tentazione del socialismo: non accenna neanche alla questione che il vantaggio dei pochi sia precluso alla maggioranza degli uomini, e anzi sia ottenuto proprio a danno di moltitudini sfavorite. A preoccuparlo non è il fatto che non tutti possano godere del benessere, ma proprio che lo sviluppo tecnologico sembri garantire che esso sia alla portata dell'intera società, fino a diventarne un idolo e un padrone. Ciò da cui egli mette in guardia è l'obnubilamento della coscienza che la superficialità positiva dei molti produce: ubriacare l'uomo con il disegno di un'esistenza a misura di ragione e perciò ingenuamente felice significa allontanarlo dalla sofferenza, ovvero dalla radice della sua umanità. L'affrancamento dalla tirannia della ragione è per lui conveniente rispetto all'utile che la ragione procura, perché preserva la consapevolezza del dolore: egli attacca lo sforzo degli ottimisti di ogni partito di togliere alla sofferenza quella necessità ineludibile che la lega al nostro essere al mondo; l'uomo deve difendere il proprio diritto alla sofferenza, perché anche la gioia, se sganciata da essa, si fa vuota e inconsistente.

Se l'uomo fosse solo ragione, la sua vita sarebbe certo più semplice, ma anche più noiosa. È l'imperfezione che la rende interessante. Un mondo pienamente efficiente, in cui tutto funziona a dovere secondo un ingranaggio ben oliato e calibrato al millimetro, sarebbe banale e appiattente. La vita segue un canovaccio di eventi e situazioni prevedibile, standardizzato, ripetitivo, che ci riesce sopportabile solo grazie alla nostra capacità di improvvisazione, a quella benedetta follia che rende imprevedibili anche a noi stessi le scelte che facciamo, a quella variante individuale che sfugge alle prediche della saggezza e fa valere i diritti del sogno e del mai tentato contro le squallide certezze dell'ovvio e del collaudato. Altrimenti, se non avessimo altro altare cui inchinarci che il buon senso, ci ridurremmo a topi in una gabbia di vetro, e non avremmo avuto né Schliemann né Vespucci.

La scienza, nella sua mania di dimostrare che tutto sia spiegabile e computabile, vuole ingabbiare anche l'agire umano in leggi di natura non vincolate alla volontà individuale: dare credito a tale visione implica la degradazione dell'uomo a semplice tasto di un pianoforte, per usare un paragone di Diderot, sul quale mani non sue battono. In tal caso, l'uomo non sarebbe più che una macchina soggetta a processi fisici come qualunque altro oggetto dell'universo, e la sua libertà una chimera. Se ciò che l'uomo desidera, in realtà, egli credesse soltanto di desiderarlo, perché esso è la risultante di condizionamenti ambientali e genetici, allora l'io non esisterebbe. Sarebbe la distruzione filosofica dell'individuo. Eppure, se anche fosse dimostrato che la metafisica non sia che una impostura, qualcosa in noi di inspiegabile si alzerebbe contro una simile certezza, la respingerebbe nonostante tutti i mezzi razionali congiurino a comprovarla, e noi saremmo spinti ancora ad ingannarci, e pur sapendo di ingannarci, a preferire il mare aperto alla solida e tranquilla terraferma, a cercare strade non prefissate, anche se folli e avventate, pur di non arrenderci all'espropriazione della nostra libertà.

Dostoevskij cerca uno scampo al materialismo, il quale retrocede a superstizioni le nobili architetture del pensiero e della fantasia e la stessa coscienza. Egli porta all'assurdo l'ambizione della scienza di imbavagliare l'uomo nelle leggi cieche e spietate del determinismo, di asservirlo alla logica assoluta: un giorno, forse, sarà possibile preventivare, o decidere, cosa vogliamo o cosa ci accadrà, e di fronte alla prospettiva del ‘Palazzo di Cristallo', che la sua ironia rappresenta con le metafore del ‘pollaio' e del ‘formicaio', è preso da istintivo rifiuto: l'uomo, ribadisce, deve essere molto di più del risultato di una formuletta aritmetica. L'autore affronta di petto problemi centrali intorno a ciò che siamo e a cosa fare una volta giunti in cima al burrone del nichilismo.

Il suo personaggio fa della propria anormalità rispetto alle convenzioni sociali una trincea, ma anche un motivo d'orgoglio per non essere come gli altri, trovando sorprendenti convergenze con l'immagine dello spirito libero schopenhaueriano, che fonda la propria superiorità intellettuale sulla distanza dalla volgarità borghese. Pure nell'impossibilità di riscatto della sua vicenda personale, egli si fa portavoce di un messaggio di humanitas.

Anche quando tutta la realtà sembra sia stata perimetrata e recintata entro i limiti della conoscenza, l'urgenza di un oltre insorge, infrange gli argini. Ma forse ciò che spacciamo per ignoto è solo un velo a quanto sarebbe poco conveniente vedere nella sua nudità. La velleità di capire tutto, di soggiogare l'uomo e l'universo al potere della conoscenza, è la grande meta verso cui l'intelletto aspira con ogni sua forza. Pur di arrivare a quel traguardo, l'uomo scala montagne e attraversa oceani, come il protagonista immaginario de Il viaggio di Baudelaire. Ma il contrappasso a tale conquista potrebbe essere amaro: la perdita di ogni mistero in un mondo del tutto umanizzato. E, soprattutto, il risultato di così ansiosa ricerca potrebbe deludere, rivelarsi banale come l'esito di una tabellina, non all'altezza delle attese. In fondo, per quanto l'uomo tenda alla risposta, al contempo prega di non trovarla mai, perché sarebbe terribile, e perché lo inchioderebbe a un verdetto immodificabile: "Poniamo pure che l'uomo non faccia altro che andare in cerca di simili due per due quattro (...); ma il pensiero di poterli finalmente trovare, di poter arrivare a scoprirli davvero - eh sì, in un certo qual modo gli fa proprio paura. Sì, perché intuisce che quando avrà trovato non gli rimarrà più nulla da cercare." Perciò, meglio lasciare irrisolto il dubbio di fondo, per avere il pretesto a spiegare le vele ancora, che sia ingannevole non importa. Dostoevskij inquadra l'origine della insanabile insoddisfazione del desiderio: ogni volta otteniamo uno scopo o soddisfiamo una volontà, ci accorgiamo che non ne valeva tanto la pena come ci sembrava prima, ma neanche riusciamo a cessare di inseguire quello o un nuovo scopo, e così ripartiamo alla carica di un altro fantasma. Una intuizione che ha singolari punti di contatto con la leopardiana ‘teoria del piacere', e che misura la profondità del ‘sottosuolo, il lato irrimediabilmente oscuro dell'animo umano, di cui Dostoevskij fu instancabile indagatore, non esorcizzabile da alcuna dottrina che accordi alla limitata ragione umana prometeici compiti di guarirci dall'inquietudine dell'esistere.

1 commento:

Anonimo ha detto...

E’ proprio quanto si assiste nei nostri giorni: una continua e frenetica ricerca di benessere che si traduce in nient’altro che nella creazione di nuovi bisogni. Il tutto a discapito della nostra moralità, della nostra reale volontà e, a mio parere cosa ancora peggiore, della nostra percezione del pericolo.

Più che alla ragione, attribuirei la causa di tutto ciò alla nostra pessima abitudine di rinnegare il nostro passato e la nostra storia, ottenendo come risultato una perdita di identità. Sembrerà paradossale, ma questo è proprio quanto accade a seguito della fine di una guerra, di un regime o di una dittatura dove il dio cellulare, schermo al plasma, stereo e quant’altro, sovente rimpiazza cultura, valori, ma soprattutto rispetto reciproco e solidarietà.

Ragione e razionalità portate all’estremo rappresentano certamente un ostacolo ad una delle cose più importanti che ci siano rimaste: la nostra mente, con tutto il suo desiderio di conoscenza e di scoperta.

Ciao

Franz

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