20 febbraio 2010

l'acqua


l’acqua aveva la bava alla bocca

metteva sete vedere

il mare salato scrosciare

mugghiare

tornare

prosciugare

metteva sete sapere




Antigone


La mia Antigone osserva dall’alto

di una fortezza la sera rimasta,

sparsa, alta.

Sul mare una nuvola velata, come un panno,

le luci della città sul golfo.



La mia Antigone osserva,

in silenzio.

Blu della sera, blu di quel mare,

un velo più nero a tappare

la bocca cucita, la guancia smagrita.



Nervo di figlia e sorella

Tradita

lasciata rinchiusa,

tutti pensavano in una torre,

invece una tomba all’aria.



Soccombe,

senza ormeggi, senza appigli,

con la vista infinita del mare,

e del suo assoluto ruotare.

Lei che voleva sotterrare,



dare ragione di un atto brutale,

sua ribellione

soltanto l’amare

Dare giustizia ad un corpo straziato,

carne parente del fratello amato.



Da un altro fratello, di madre vivente,

da un cieco incosciente, uccisa a dettati

inesorabile giustizia più alta del cielo,

ingordigia umana di esser nel vero.

La mia Antigone osserva,



mentre muore di fame,

Sue parole sono lacrime amare

Convinte del gesto, e della creanza

Di umana gente

Dare speranza



Misericordia, rispetto dell’altro

quel Creonte dimenticò,

officio pietoso

nel doloroso azzardo

Antigone cara ci ammazzò.

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