21 giugno 2016

decrescere




Il termine «decrescita» è stato lanciato, un po’ per caso, come uno slogan provocatorio nel 2001-02, per denunciare l’impostura dello sviluppo sostenibile. La decrescita dunque non si è presentata come un concetto, e in ogni caso non come un concetto simmetrico alla crescita. Si tratta di uno slogan politico con implicazioni teoriche: la parola d’ordine della decrescita ha come oggetto soprattutto quello di sottolineare con forza l’abbandono dell’obiettivo della crescita per la crescita, obiettivo insensato il cui motore non è altro che la ricerca sfrenata del profitto da parte dei detentori del capitale e le cui conseguenze sono disastrose per l’ambiente. A rigore, bisognerebbe parlare di «a-crescita», come si parla di «a-teismo», piuttosto che di decrescita. In effetti si tratta precisamente dell’abbandono di una fede, quella nel progresso, e di una religione, quella dell’economia, della crescita e dello sviluppo. Il termine è entrato nell’uso corrente molto di recente nel dibattito economico, politico e sociale, anche se l’origine delle idee portate avanti dagli «obiettori di crescita» ha una storia e delle radici culturali chiaramente più antiche. Esistono quindi dei precursori della decrescita. Perché è interessante riscoprire questi precursori, pubblicarli e leggerli, e chi sono esattamente?

"La decrescita dunque non è l’opposto simmetrico della crescita. Decrescere per decrescere sarebbe altrettanto assurdo che crescere per crescere. Chiaramente, i decrescenti vogliono far crescere la qualità della vita, dell’aria, dell’acqua e di tutta una serie di cose che la crescita per la crescita ha distrutto. La rottura della decrescita riguarda dunque al tempo stesso le parole e le cose, implica una decolonizzazione dell’immaginario e la realizzazione di un altro mondo possibile.
Un cambiamento del genere è in primo luogo negativo: si tratta di liberarsi dall’imperialismo economico che domina il mondo uniformandolo e distruggendo tutte le differenze culturali. Questa liberazione dall’Homo oeconomicus, dall’unidimensionalità dell’uomo contemporaneo, per ritrovare la diversità (o meglio la «diversalità», per riprendere il bel neologismo di Raphaël Confiant) permette già di delineare i contorni di una società differente. La costruzione di una società di abbondanza frugale o di prosperità senza crescita presuppone un adattamento al contesto e ai valori dei luoghi. Non si realizzerà (non è né possibile né auspicabile) lo stesso mondo alternativo nel Chiapas e in Texas.
Poiché è innanzi tutto nel Sud del mondo che l’impostura dello sviluppo e della crescita, dell’assimilazione della buona vita al benessere e all’economicizzazione della vita, si è manifestata nel modo più lampante, è dal Sud del mondo che ci viene la promessa di una nuova via. La rottura concreta richiede che si esca dal circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e di prodotti e della frustrazione che ne deriva, e contemporaneamente che si contrasti l’egoismo generato da un individualismo ridotto a massificazione uniformizzante. Il primo obiettivo si realizza attraverso l’autolimitazione, fino ad arrivare all’abbondanza frugale, il secondo attraverso il recupero dello spirito del dono e la promozione della convivialità."

"tutte queste visioni si basano su una antropologia, cioè su una conoscenza dell’uomo e delle sue passioni, fondata su esperienze secolari, che conserva gran parte della sua attualità"

"il postsviluppo non può che essere plurale, ogni società, ogni cultura deve uscire a modo suo dal totalitarismo produttivistico e opporre all’uomo unidimensionale (l’Homo oeconomicus degli economisti) una identità propria fondata sulla diversità delle radici e delle tradizioni. Nella ricerca di modi di realizzazione collettivi, nei quali non sia privilegiato un benessere materiale distruttivo dell’ambiente e del legame sociale, non sono certo le bandiere alternative all’opposizione crescita/decrescita che fanno difetto. L’obiettivo della buona vita si declina in molti modi a seconda dei contesti.
Se fosse assolutamente necessario dargli un nome, potrebbe per esempio essere battezzato umran («realizzazione») come in Ibn Khaldūn, swadeshi-sarvodaya («miglioramento delle condizioni sociali di tutti») come in Gandhi, o fidnaa/gabbina («realizzazione di una persona ben nutrita e liberata da ogni preoccupazione») come tra i Borana dell’Etiopia.[14]"


estratti da http://www.illibraio.it/latouche-precursori-decrescita-369334/



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