27 agosto 2008

stralci_scritturae

Le torri si innalzano esposte per quindici piani.
Qualcuna vacilla sembra sull’orlo di crollare, crollare a picco poi un movimento come una piuma che passa invisibile la sorregge e allora trattengo il fiato, prima di soffiare come si fa con le candeline sulla torta.
Io non voglio che cadano davvero.
Ma è più forte di me, è un attimo mi trattengo e poi soffio. Ma loro ormai sono forti, di millenni, forti da sempre, sono forti per reggersi e reggere anche me, che giocando ridendo, le sfido.
Loro lo sanno, ma io aspetto che la piuma le abbia assestate.
Non mi permetterei mai prima (prende aria mentre lo dice)
Di soffiare tutto il mio fiato sulle torri.

Ogni torre dice la sua.
Ogni torre rincorre la vita che fu sua, quando da dentro viveva di vite incastrate.
Quando erano ancora abitate, le torri erano uno spettacolo di natura lucente, che insegnavano agli astri le posizioni e i doveri. Erano la civiltà potente.
Poi adesso più niente.
Più niente tutto finito, fiuuuu crollato soffiato.
Qualcosa dev’essere accaduto, uno spostamento repentino del globo dalle fondamenta.
Non lo abbiamo ancora capito solo che un giorno non erano più agibili, insomma non ci si poteva più stare.
Allora siamo usciti in piazza e sulla porta, abbiamo urlato.
In container d’amianto ci siamo stipati, litigando ma sopravvivendo.
Tutti uguali con diversi colori. Ma tutti grassi uguali. Lo stesso cibo, le stesse quattro parole.
Nessun mistero.
Adesso qualcuno per salvarsi guardava le stelle, che però son distanti e incuranti. Troppo distanti.

Le torri però son rimaste di tronconi mangiate dai tarli.
Sì così si doveva dire, a quelli dei controlli. Ai lati vetri e cornici, come astri umani defunti.
Bisognava ricordare e non seppellire, tanto meno demolire, sì ma bisognava anche rinascere e rifondare.
Abbiamo aspettato il lamento più forte, il più lungo e notturno.
Poi ci siamo messi in viaggio, come gli antichi più antichi che ci ricordassimo, dietro alla prima giumenta carica d’oro.
Siamo partiti per la transumanza.
Le donne rimanevano a casa, nei bunker e nei container a filare la tela. Come le antiche.
Ma queste erano smagrite e la loro polpa non era più rosea e tornita, ma grigia e deperita.
Ci siamo comunque convinti che avremmo potuto salvarci.
Adesso sono otto anni di questa vita, e non molto è migliorato ma bisogna avere pazienza. Prima o poi qualcosa cambierà e di nuovo sarà.
Così mi hanno raccontato, e intimato di riferire.
Perciò quando rivedo le torri, mi ricordo della vita che fu mia della mia specie e allora capisco le pareti il bunker, lo scuro, i controlli… non è rassicurante ma so che da qualche parte c’è una spiegazione un filo che mi conduce a questo orrore, dove non ci siamo arrivati di salto ma con un passo.
Forse di troppo.
Io comunque ancora mi aspetto.

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