11 novembre 2015

cose che avrei voluto scrivere io_1

“Quanta, inutile, buona educazione”

di Marco Dotti


«Che me ne faccio di questa persona, così ben difesa dagli imprevisti?», si chiedeva Pier Paolo Pasolini nei versi del suo Padre nostro.

«La buona reputazione, ah, ah! Padre nostro che sei nei Cieli, cosa me ne faccio della buona reputazione, e del destino – che sembrava tutt’uno col mio corpo e il mio tratto – di non fare per nessuna ragione al mondo parlare di me?».

Che me ne faccio di questa persona così precisa, responsabile, consapevole, educata. Di questa persona che non sbaglia mai, non cade mai: sempre sulla linea, sempre in equilibrio, il cui spirito quieto è sempre circoscritto dai margini sterili della legge?

Che me ne faccio di una persona che mai si aprirà al “beau danger”, al bel rischio? E il rischio altro non è che la parola. La parola data, la parola presa, la parola detta, la parola scritta. La parola che si apre alle sue conseguenze. Ma la parola di quest’uomo è inoperosa.

Letteralmente: è una parola vana. Verbum otiosum, rende la versione latina di Matteo 12, 36-37.

… dico autem vobis quoniam omne verbum otiosum quod locuti fuerint homines reddent rationem de eo in die iudicii  ex verbis enim tuis iustificaberis et ex verbis tuis condemnaberis.

Di ogni parola inutile «gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio. Infatti, in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato».

Parola vuote, verbum otiosum, abbiamo detto. Ma l’originale greco ci dice qualcosa di più. Il greco del Vangelo ricorre all’aggettivo argós, che significa senza opera, inoperoso, improduttivo. «Senza utilità né per chi parla, né per chi ascolta», chiosava San Girolamo.

Questa parola è quella che un tempo si sarebbe detta “senza opera né giorni”, ossia una parola che non muove in azione (alpha privativo + érgon).  Una parola che non si muta in atto basta per cadere. Non servono parole cattive. Gesù è chiaro su questo punto: ogni parola che non si tramuti in atto è malvagia.

Ritornano alla mente altre parole, stavolta di Martin Buber, che insegnava: «Ogni conflitto fra me e i miei simili deriva dal fatto che non dico quello che penso e non faccio quello che dico».

La radice del rapporto fra verità e menzogna, che ha interessato tutta la storia della riflessione occidentale, si gioca proprio qui: sul margine incerto tra parola e azione.

Si gioca sul rischio, su quell’imprevisto che la parola per sua disposizione e natura è. Un rischio che Totò – filosofo sommo – aveva ben compreso: è la parola a farci uomini o caporali.

Senza questo imprevisto, senza questa apertura al rischio, la parola si consegna a un legalismo sterile. Si mette nella gabbia di ciò che Hannah Arendt chiamava «la cospirazione in pieno giorno». Un tempo, scrive la Arendt, si mentiva ai cittadini quando i cittadini non sapevano.

Oggi, al contrario, si mente ai cittadini quando loro possono, almeno in linea di principio, sapere tutto. È questa menzogna assoluta, questa «esposizione assoluta alla menzogna» come la chiama Derrida, a interrogarci oggi. E forse il termine menzogna non è nemmeno adatto a descrivere questa paralisi, questo stallo dove alle parole che si ammassano su parole non conseguono azioni.

«Che me ne faccio di questa persona, così ben difesa dagli imprevisti?», urlava Pier Paolo Pasolini. Già, che ce ne facciamo?


http://blog.vita.it/secondaclasse/2015/11/11/dialogo-conflitto/

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