9 dicembre 2015

Casa mia


 



È molto toscana questa casa mia lombarda, geometrica quadrata, bianca e serena.
La pietra la percorre sui ripiani delle finestre, aperture maldestre dell'intero blocco quadro.
Bianco, calce materica, aperture come ferite decise, precise.
A terra il pavimento è un cotto disgraziato, con tagli netti, freddi.
La nebbia l'ha bagnata tante volte questa casa, le sue mura sono edotte dalla cieca umidità.
Aiuole per giardino, disegnate finemente, un muretto le innalza dal pavimento rosso.
Muro alla lombarda, di mattoni serali, tramonto appreso: un fuoco.
E potata violentemente, la vegetazione, scabra per la stagione.
Fronde disciplinate, un quadrato di verdura che sembra una scultura.
Un blocco solo, ancora un quadrato, geometrica la casa la lascio sul selciato, mentre prendo la strada che mi porta lontano, dove linee si intersecano misteriosamente, nella confusione più stridente.
La chiamano città. E io che sto in paese, ho appreso tutto dalle linee del mio cortile, così infilate, dritte e sicure.
Mi scontro allora con curve di paure, con il dubbio di ansie congenite, delle domande che non lasciano dormire, lampeggiano anche, delle volte, nella notte, e suonano spasmodici clacson incostanti.
Ritorno allora col pensiero al blocco bianco, che si innalza pesantemente contro un cielo aperto, di stelle a volte acceso, che sembra osservare un destino imminente.
La casa osservatorio, è silenzio ordinato, si staglia come un masso nello spazio denso di un'attesa concentrata, metafisica, isolata.
La mia casa mi attende.
Vuoto apparente. La sostanza non mente.

 

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