1 aprile 2008

Maestri_ Susan Sontag

Solo la letteratura ci salverà dalla dittatura del moderno

«Tutto è standardizzato, le storie in tv o su Internet non hanno moralità»

La letteratura racconta storie. La televisione dà informazioni. La letteratura coinvolge. È una ri-creazione della solidarietà umana. La televisione (con la sua illusione di immediatezza) distanzia, ci imprigiona nella nostra indifferenza. Le cosiddette storie raccontate dalla televisione soddisfano la nostra fame di aneddoti e ci offrono modalità di comprensione che si elidono a vicenda. (Ciò è rafforzato dalla pratica di punteggiare con la pubblicità le narrazioni televisive).

Tali storie affermano implicitamente l' idea che tutte le informazioni siano potenzialmente rilevanti (o «interessanti»), che tutte le storie siano senza fine - o che se si interrompono, ciò non accade perché si siano concluse, ma perché sono state spodestate da una storia più recente, più sensazionale, o più eccentrica. Presentandoci un numero illimitato di storie inconcluse, le narrazioni proposte dai media - il cui consumo ha drammaticamente inciso sul tempo che in passato il pubblico istruito dedicava alla lettura - offrono una lezione di amoralità e distacco antitetica a quella incarnata dal progetto del romanzo.

Nella narrazione di storie praticata dal romanziere c' è sempre una componente etica. Questa componente etica non sta nella contrapposizione di una verità alla falsità della cronaca. Sta nel modello di completezza, di intensità, di illuminazione fornito dalla storia, e dalla sua risoluzione - che è l' opposto del modello di ottusità, di incomprensione, di passivo sgomento, e conseguente ottundimento dei sentimenti, offerto dalla sovrabbondanza di storie inconcluse disseminate dai media.

La televisione ci offre, in forma estremamente svilita e non vera, una verità che il romanziere è costretto a sopprimere in nome del modello etico di comprensione caratteristico dell' impresa narrativa: vale a dire, la consapevolezza che tratto distintivo del nostro universo è che molte cose accadono nello stesso tempo. («Il tempo esiste perché le cose non succedano tutte contemporaneamente... lo spazio esiste in modo che non succedano tutte a te»). Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante. Vuol dire ridurre l' estensione e la simultaneità del tutto a qualcosa di lineare, a un tragitto.

Essere un individuo morale significa prestare, essere obbligato a prestare, un certo tipo d' attenzione. Quando esprimiamo giudizi morali, non stiamo semplicemente affermando che una cosa è migliore di un' altra. Stiamo affermando, in modo ancor più fondamentale, che una cosa è più importante di un' altra. Ordiniamo la vertiginosa estensione e la simultaneità del tutto, a costo di ignorare o voltare le spalle a gran parte di ciò che accade nel mondo. La natura dei giudizi morali dipende dalla nostra capacità di prestare attenzione: una capacità inevitabilmente limitata, i cui limiti si possono, però, forzare.

Ma forse il primo passo verso la saggezza e l' umiltà sta nel rassegnarsi ad accettare l' idea, la devastante idea, della simultaneità di ogni cosa, e della incapacità della nostra comprensione morale - che è anche quella del romanziere - di assimilarla (...). I romanzieri, dunque, assolvono un necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale - sia in termini di spazio che di tempo. I personaggi di un romanzo agiscono in un tempo che è già completo, in cui tutto ciò che vale la pena di essere salvato è stato preservato - «lavato dalle incrostazioni», come scrisse Henry James nella prefazione a Le spoglie di Poynton.

Tutte le storie reali sono storie del destino di qualcuno. I personaggi romanzeschi hanno destini estremamente leggibili. Il destino della letteratura stessa è qualcos' altro. Intesa come storia, la letteratura è piena di sgraziate incrostazioni, richieste irrilevanti, attività prive di scopo, attenzioni improduttive. Habent sua fata fabulae, recita una frase latina. I racconti, le storie hanno un loro destino. Perché vengono disseminati, trascritti, mal ricordati, tradotti. Nessuno, ovviamente, potrebbe mai augurarsi che le cose vadano diversamente. La scrittura di narrativa, un' attività necessariamente solitaria, ha una destinazione che è necessariamente pubblica, comunitaria.

Tradizionalmente, tutte le culture sono locali. Una cultura implica barriere (linguistiche, ad esempio), distanza, intraducibilità. Mentre il «moderno» comporta, più di ogni altra cosa, l' abolizione delle barriere e della distanza; l' accesso immediato, l' appiattimento della cultura - e, per la sua inesorabile logica, l' abolizione, o la revoca, della cultura. Ciò che fa al caso del «moderno» è la standardizzazione, l' omogeneizzazione. (Anzi, «il moderno» è omogeneizzazione, standardizzazione. Il luogo per eccellenza del moderno è l' aeroporto; e tutti gli aeroporti sono simili, come tutte le città moderne, da Seul a San Paolo, tendono ad assomigliarsi).

Questa tendenza all' omogeneizzazione non può non incidere sul progetto della letteratura. Il romanzo, che è caratterizzato dalla specificità, può entrare in questo sistema di massima diffusione solo per il tramite della traduzione che, per quanto necessaria, comporta un' intrinseca distorsione di ciò che il romanzo è al livello più profondo, vale a dire non la comunicazione di informazioni, e nemmeno il racconto di storie intriganti, ma la perpetuazione del progetto della letteratura stessa, con il suo invito a sviluppare una forma di interiorità capace di opporsi alle sazietà del moderno.

Tradurre significa trasportare qualcosa al di là di un confine. Ma sempre più di frequente questa società, una società «moderna», ci insegna che non esistono confini - il che vuol dire, ovviamente, né più né meno che non ci sono confini per i settori privilegiati della società, oggi geograficamente più mobili di quanto sia mai accaduto nella storia umana.

E l' egemonia dei mezzi di comunicazione di massa - televisione, Internet - ci insegna che esiste una sola cultura, e che la cultura che si trova oltre i confini è - o un giorno sarà - sempre la stessa, con gli abitanti del pianeta che si cibano tutti alla stessa mangiatoia di intrattenimento standardizzato e di fantasie di eros e di violenza prodotte negli Stati Uniti, in Giappone, o dove che sia; tutti illuminati dallo stesso flusso infinito di frammenti di informazioni e opinioni non filtrate (anche se, in realtà, spesso censurate). Che da tali media si possa ricavare un qualche piacere e una qualche illuminazione è innegabile. Ma sono convinta che essi alimentano mentalità e soddisfano appetiti del tutto avversi alla scrittura (produzione) e alla lettura (consumo) della letteratura seria. La cultura transnazionale a cui vengono iniziati tutti coloro che fanno parte della società capitalistica dei consumi, nota anche come economia globale, è una cultura che, in realtà, rende irrilevante la letteratura - un mero servizio volto a darci quello che già conosciamo - e può trovare un posto all' interno delle strutture inconcluse che regolano l' acquisizione di informazioni e l' osservazione voyeuristica a distanza.

Ogni romanziere spera di raggiungere il più vasto pubblico possibile, di attraversare tutti i confini possibili. Ma compito del romanziere, a parer mio, è tenere a mente la falsa geografia culturale che si sta instaurando all' inizio del XXI secolo. Da un lato, attraverso la traduzione e l' adattamento nei media, abbiamo la possibilità di una diffusione sempre maggiore delle nostre opere. Lo spazio è, per così dire, sconfitto. Il «qui» e il «là», ci viene detto, sono in costante contatto tra loro e stanno convergendo con forza. D' altro canto, l' ideologia che sta dietro queste opportunità di diffusione e traduzione senza precedenti - l' ideologia oggi dominante in quella che passa per cultura nelle società moderne - si propone di rendere obsoleto il compito profetico, critico, e finanche sovversivo, del romanziere, quello, cioè, di approfondire, e a volte, se necessario, di combattere il comune modo di comprendere il nostro destino. Lunga vita al compito del romanziere.

© 2008 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A, Milano © The Estate of Susan Sontag, 2007 * * * Il saggio L' autrice Susan Sontag (New York, 1933-2004), è stata una delle più note e affermate scrittrici contemporanee, attenta osservatrice delle dinamiche culturali e delle realtà politiche e sociali. Di famiglia ebraica e di raffinata cultura cosmopolita, Susan Sontag si è occupata di letteratura, musica, cinema underground, di pittura e politica, di perversioni e pornografia. È autrice di molti saggi, di quattro romanzi, di una raccolta di racconti e di diversi testi per il teatro Il testo Il discorso, di cui in questa pagina pubblichiamo un ampio stralcio, è stato pronunciato dalla Sontag a Città del Capo e a Johannesburg nel marzo del 2004, pochi mesi prima della morte avvenuta il 28 dicembre di quello stesso anno, in occasione della prima conferenza dedicata al Nobel sudafricano Nadine Gordimer L' anticipazione Il testo finora inedito - dal titolo Nello stesso tempo: il romanziere e la riflessione morale - fa parte di una raccolta di saggi di letteratura e di politica che per i tipi di Mondadori con il titolo Nello stesso tempo (nell' originale At the same time, pagine 198, 17).



1. Il tempo, lo spazio e il limite. La letteratura come scelta morale.
Susan Sontag

Susan Sontag ha pronunciato un discorso a Johannesburg e a Città del Capo poco prima della morte avvenuta nel dicembre 2004 in cui esprimeva ciò che per lei significavano concetti come impegno e letteratura, anzi a dir bene letteratura come impegno.
Il testo, poi raccolto e pubblicato in una raccolta di saggi da poco edito dalla casa editrice Mondadori è stato intolato “Nello stesso tempo il romanziere e la riflessione morale”, contenuto nel libro, vero e proprio testamento spirituale, che così è stato intitolato: “Allo stesso tempo”.
Ed è proprio il “Tempo” la tematica centrale e scottante che nella sua lungimirante analisi la Sontag va a toccare e ad approfondire; la scrittrice nota infatti come la dispersione dei tempi data dai media (televisione e internet in particolare), produca delle storie sovrapposte, anedottiche, interrotte, tanto da arrivare a sostenere che questo tempo espanso ed esploso che produce storie schizofreniche e decentrate sia niente meno che “una lezione di amoralità e distacco antitetica a quella incarnata dal progetto del romanzo” forse perchè va a violare la stessa possibilità di comprensione, e nell'accelerazione violenta che lascia passivi vi è la fonte di un'impotenza sconfortante e di una sconfitta annichilente.
Nella trama definita di un romanzo il tempo si produce anziché essere consumato, o annullato, poichè ”i personaggi di un romanzo agiscono in un tempo che è già completo, in cui tutto ciò che vale la pena di essere salvato è stato preservato- “lavato dalle incrostazioni” come scrisse Henry James. (...)
I personaggi romanzeschi hanno destini estremamente leggibili.”
Possibile scampo alla voragine che elimina il tempo sembrerebbe essere il ridurre facendo una scelta, talvolta dolorosa: quella di scegliere il lineare dispiegarsi di un tragitto, filo che esce dal caotico gomitolo per farsi tessitura, narrazione.
Perchè ci ricorda la scrittrice: “Raccontare una storia vuol dire: è questa la storia importante.”
Nel progetto del romanzo è quindi insita la componente etica della scelta affrontata dal narratore nella decisione circa cosa descrivere e illuminare piuttosto che passare sotto silenzio, un silenzio comunque fecondo che sarebbe forse da rivalutare come futuribile possibilità.
Il tracciare la geografia di un lì distante da qui, dove si annidano altre storie, come nel buio vuoto di un quadro del Caravaggio si annidano le storie intime, private e tormentate dell'artista in cui solo l' umidità, la materia vile di stracci e bicchieri rotti orlati da un vino corposo rappreso come sangue, narrano di una vita scrutata da noi nell'ombra, con gli occhi della sola immaginazione, curiosità che traccia la storia nella sua alterità: del suo non essere scelta e volutamente rappresentata nella tela di cherubino ridente.
La scelta quindi, oculato giudizio di valore, diviene fondamentale poichè fonda la concentrazione di una visione e di un conoscere, che invece la dispersione della capacità di comprensione e di risposta, data dalla sovrabbondanza delle storie, annienta lasciando sgomenti.
Secondo la Sontag, la simultaneità degli eventi così come viene proposto dalla televisione offende l'umana comprensione portando ad un “ottundimento dei sentimenti”.
Il modello etico caratteristico dell'impresa narrativa è semmai, al contrario, quello che si auto definisce a partire da una limitazione, limitazione possibile solo quando viene implicitamente deciso un ordine di importanza in base al quale ridurre l'estensione dello sguardo, e dunque riferendosi ad un sistema valoriale definito.
“Tratto distintivo del nostro universo è che molte cose accadono nello stesso tempo” ma “ il tempo esiste perchè le cose non succedano tutte contemporaneamente... lo spazio esiste in modo che non succedano tutte a te”
Spazio e tempo dunque sono categorie ben precise e definite in questo sistema, tanto da generare separazioni, distanze, frontiere...
A questo proposito viene in mente una frase di Borges in quel racconto intitolato “il giardino dei sentieri che si biforcano” che proprio del Tempo vuole sondare il mistero:
“poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me...”
La moralità di una scala di valori implicita, diviene bussola grazie alla quale io so decidere qual'è la storia importante, necessaria, quella che vale la pena che il mondo conosca, e che sta tutta lì nel decidere dove guardare.
La scrittrice prosegue dicendo che: “I romanzieri assolvono un necessario compito etico sulla base di un diritto a un pattuito restringimento del mondo reale- sia in termini di spazio che di tempo.”
Restringimento, limite, demarcazione dunque, a questo proposito è affascinante analizzare il concetto di frontiera, fortemente ribadito dalla Sontag per rispondere e controbattere all'illusione mostruosa di essere ovunque del “sistema moderno”, che abolendo le barriere porta a definire una geografia fittizia omogenea, e standardizzata.
La pluralità reale si manifesta nella specificità; e così la cultura si manifesta nel suo essere situata, locale, radicata:
“una cultura implica barriere (linguistiche ad esempio), distanza, intraducibilità.” il moderno al contrario: “comporta più di ogni altra cosa, l'abolizione delle barriere e della distanza; l'accesso immediato, l'appiattimento della cultura – e per sua inesorabile logica, l'abolizione o la revoca, della cultura.” e poi prosegue trafiggendo ancor di più il cuore del problema: osserva le città che si ripetono nelle strutture, tutte identiche, con il centro storico lustro e artefatto, ponendo come modello esemplare di tutta una concezione dell’abitare gli spazi, il non luogo principe: l'aereoporto.
“Tutto è intorno a te”, “Non esistono confini”: questo è ciò che il moderno dice, ed è ciò di più lontano dalla specificità, e dallo stilo appuntito dell'unicità letteraria.
Fondamentale è allora il richiamo della Sontag alla perpetuazione del progetto della letteratura che invita a sviluppare “una forma di interiorità capace di opporsi alle sazietà del moderno” (...)
“nel rassegnarsi ad accettare l'idea, la devastante idea, della simultaneità di ogni cosa, e della incapacità della nostra comprensione morale- che è anche quella del romanziere- di assimilarla”(...)”
Che sappia autoimporsi un limite dunque, anche personale, che sappia identificare un'impossibilità laddove esiste; che non abbia paura di essere anche locale, impopolare senza per questo voler significare elitarismi od esclusioni, ma forse solo umiltà, e maggiore consapevolezza che l'autentica apertura all'altro non sta nell'eliminazione della sua diversità inquietante, ma nella accettazione e nell'apertura coraggiosa, inedita e visionaria, data dalla capacità di cumpassione, “di sentire con l'altro”.
Purtroppo però, e questo farà dispiacere molti, questa cumpassione non nasce facilmente dalla vacuità di un sentirsi al sicuro e protetti, nasce piuttosto dal rischio, dal disordine provocato molto spesso da una ricerca che ci rende esposti, che spinge ad uscire dal conosciuto e classificato… da una maledetta febbre di vita che si nobilita.
L'annullamento della frontiera che genera il contatto tra “qui” e “là” dato dalle nuove tecnologie, e dalla possibilità di spostamenti a largo raggio, può alla lunga creare un racconto standardizzato e forse anche pericolosamente dogmatico, poiché unico.
Lo spazio così sconfitto da una cultura transnazionale, rende al tempo stesso irrilevante la letteratura, che a questa dimensione è profondamente legata.
E conclude la Sontag “l'ideologia che sta dietro queste opportunità di diffusione e traduzione senza precedenti- l'ideologia oggi dominante in quella che passa per cultura nelle società moderne- si propone di rendere obsoleto il compito profetico, critico, e finanche sovversivo del romanziere, quello cioè di approfondire, e a volte se necessario, di combattere il comune modo di comprendere il nostro destino. Lunga vita al compito del romanziere.”
Atto sovversivo, luogo di igienità mentale, lo scrivere è mettere in ordine il mondo nelle sue dimensioni di tempo e spazio, unicum sovrapposto, dandogli definizione, partecipando di un limite, che almeno la letteratura, insieme alle arti che cercano autenticità, possa continuare a farlo.

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